venerdì 6 dicembre 2013

Grazie ad un viaggio in Norvegia in questi mesi ho riscoperto una mia vecchia passione, di quelle che ogni tanto si calmano ma non passano mai: quella per le esplorazioni polari. E così sono finita a leggere resoconti di avventure tra i ghiacci ed esploratori temerari dei primi del Novecento come Roald Amundsen, Robert Falcon Scott e Henry Shackleton, ovvero, quando gli uomini erano fatti d'acciaio e le navi di legno. Da tutte queste ricerche ne è uscito questo post, ci ho messo parecchio tempo a scriverlo, ed alla fine l'ho finito proprio a pochi giorni dal mio prossimo viaggio in Norvegia, ed è una bella coincidenza.

robert falcon scott
Robert Falcon Scott
Sono stati molti gli Inglesi che hanno compiuto imprese memorabili in Antartide, e spesso sono stati estremamente sfortunati. Come Robert Falcon Scott, che al Polo Sud ci morì insieme a quattro compagni nel 1912. Scott arrivò secondo alla corsa verso il Polo Sud geografico, battuto di oltre un mese dal norvegese Roald Amundsen, e purtroppo ci lasciò le penne durante il viaggio di ritorno; nonostante questo viene sempre ricordato in coppia col vincitore ed il primato dei primi a raggiungere i Polo Sud viene generalmente riconosciuto a entrambi.
In barba alla triste fine di Scott, la palma dell'inglese più sfortunato del continente antartico va sicuramente a Sir Henry Shackleton, che tra il 1914 e il 1916 compì quello che venne poi definito “il peggior viaggio del mondo”, quello della Endurance (per approfondire leggi Wikipedia)
A differenza di Scott riuscì a riportare a casa la propria pelle e quella di tutto l'equipaggio in un modo incredibilmente eroico, ma non viene mai ricordato quanto Scott, che ha pure perso la storica gara con Amundsen (una precisazione dovuta perché la storia delle esplorazioni polari a volte è ingiusta).

Ernest Shackleton
Ernest Shackleton
Sia Scott che Shackleton portarono con loro grandi quantità di tè nelle loro spedizioni in Antartide, ottimo per riscaldarsi tra i ghiacci e mantenere le buone abitudini che distinguono i gentiluomini inglesi, e ne troviamo traccia nei musei dedicati alle loro imprese e nelle testimonianze e nei racconti delle loro spedizioni. Il tè veniva infatti bevuto ogni giorno: tutti i pasti principali erano quasi sempre sempre accompagnati (se non interamente costituiti) da una tazza di tè con zucchero e latte condensato, e non veniva dimenticato nemmeno il tradizionale tè delle cinque.

Questa scatola da una libbra di tè della marca Tower Tea ancora intonsa fu abbandonata da Scott durante il suo primo viaggio in Antartide nel 1902. Fu ritrovata dalla prima spedizione di Shackleton, la Nimrod del 1908, ed oggi è esposta al Powerhouse Museum di Sydney.

tè in antartide
scatola di tè Tower Tea stivata in una base antartica da Scott durante la prima spedizione del 1902, poi ritrovata da Shackleton nel 1908 e riportata in Nuova Zelanda

A bordo della Endurance c'erano numerose scatolette di latta contenenti tè in compresse, appositamente prodotto per la spedizione di Shackleton dalla marca Burroughs and Co. Una di queste scatoline miracolosamente tornata indietro dal viaggio finale della povera imbarcazione è stata venduta all'asta da Christie's per quasi 4000 sterline a ottobre dello scorso anno.
scatola latta tea
scatola di tè in compresse utilizzata a bordo della Endurance (1914), uno dei pochissimi oggetti salvati dalla spedizione di Shackleton dal naufragio.
Il tè bevuto dagli uomini dell'età eroica dell'esplorazione polare però non era certo come quello che beviamo quotidianamente noi, doveva non soltanto riscaldare ma anche fornire sufficienti calorie per affrontare le marce a temperature polari. Per renderlo più energetico spesso venivano aggiunte altre sostanze, quando andava bene erano zucchero e latte condensato, quando andava male erano grasso di foca o di pinguino, e quando andava malissimo niente. Il tè era molto utile anche per consumare più agevolmente le famigerate gallette delle razioni di sopravvivenza: dure come il marmo e praticamente insapori, diventavano appena decenti se inzuppate nel tè.
Insomma il tè in quelle condizioni estreme non doveva essere buonissimo, ma solo il fatto di riuscire a prepararlo era un'impresa degna di nota. Portare l'acqua ad ebollizione in una tenda quando fuori c'è una temperatura di -40° non è cosa da poco: ci riuscivano usando il fornello Primus, costituito da due recipienti concentrici, in cui veniva messo a cucinare il pasto nel recipiente interno, e si usava quello più esterno per sciogliere la neve e ottenere acqua calda. Il Primus funzionava a petrolio, ma per accenderlo bisognava preparare una complicata miccia ad alcool.

scott esplorazione polare
uno degli ultimi tè benvuti da Scott (sulla destra) e dai suoi compagni, seduti intorno al fornello Primus. la foto fu scattata dal fotografo della spedizione Herbert Ponting pochi giorni prima del loro viaggio finale verso il Polo Sud.

I record conquistati non riguardarono solo le latitudini e le rigide temperature, ma anche quelle piccole innovazioni che ormai per noi sono quotidiani: il geologo inglese Sir Douglas Mawson, a capo della spedizione antartica australiana del 1911, nel suo libro “the Home of the Blizzard" narra che portò con sé alcune delle prime bustine di tè fatte di mussolina cucita, e che fu costretto dalle condizioni estreme del viaggio a riutilizzarle 3 o 4 volte.

Ernest Shackleton invece delinea benissimo i risvolti psicologici che emergevano da una semplice tazza di tè in situazioni tanto difficili, Nel suo libro "Sud - La spedizione dell'Endurance" racconta il drammatico momento in cui l'equipaggio è costretto ad abbandonare la nave al suo triste destino: "il cuoco fece andare la stufa e un po' più tardi sentii qualcuno chiedere: - Cuoco, il tè lo vorrei forte, per favore. - Un altro aggiunse: - Io leggero, grazie. - (...) Dopo aver assistito alla distruzione della loro casa, costretti a vivere in un accampamento precario su un lastrone galleggiante, e con la probabilità solo remota di riuscire a mettersi in salvo, questi uomini si preoccupavano delle minuzie della vita quotidiana e rivolgevano la loro attenzione a cose come il gusto di una tazza di tè".

Quindi è chiaro come il tè sia stato un protagonista occulto ma fondamentale di queste storiche spedizioni inglesi in terre antartiche, viene anche da domandarsi se, in un'epoca in cui il gore-tex e il gps erano semplicemente inimmaginabili, senza tutte quelle tazze di tè sarebbe stato comunque possibile portare a compimento delle imprese del genere.

Fonti:
  • Bertrand Imbert: Artide e Antartide: la grande sfida dei poli - Universale Electa/Gallimard 1993
  • Alfred Lansing: Endurance: l'incredibile viaggio di Shackleton al Polo Sud - Tea 2003
  • Robert F. Scott, Ernest Shackleton, Edward A. Wilson, Diari Antartici - Nutrimenti 2010
  • Ernest Shackleton, Sud. La spedizione dell'Endurance - Nutrimenti 2009
scott polo sud

1 commenti:

  1. Che bellissimo resoconto! Mi daresti il titolo dei libri che hai letto? MI hai incurioisto tantissimo!

    RispondiElimina

lascia un commento

condividi