Pubblico con molto piacere il racconto che mi ha mandato Ferdinando Lucchesini, toscano come me, ma sempre in giro per l'Asia, alla scoperta di luoghi, persone, storie e tè. Potete leggere i suoi racconti di viaggio sul sul blog Homing Pigeon per scoprire l'Asia attraverso i suoi occhi curiosi.
Tre è il numero magico del tè, racconta James Su, taiwanese trapiantato in Cina da ormai dodici anni.
Mentre parla imbandisce il tavolo per tre persone, anche se siamo solo in due. Forse già presagisce che il terzo si aggiungerà in seguito. E racconta, con la calma e la serenità che solo certi orientali sanno trasmettere, la storia del Gōngfu Chá.
Gong Fu, declama mentre strofina delicatamente una teiera con un panno asciutto, è tempo. Bisogna avere tempo, per degustare appieno un tè. Gong Fu è abilità. La capacità di ripetere ogni volta quei gesti immutabili che portano all’infusione perfetta. Gong Fu è apprezzamento. Senza passione, senza desiderio di conoscenza, non si apprezza nulla. Nemmeno una semplice tazza di tè. Ma pregiatissima.
Per questo, spiega James, bisogna essere in tre. Perché due persone, quando bevono un tè, possono essere d’accordo sul giudizio, ma possono anche avere pareri differenti. Occorre un terzo per dire la sua, confrontarsi, formare un’opinione condivisa.
Tre sono le temperature dell’acqua. I cinesi, poeti immaginifici, non misurano tramite aridi numeri. Gli occhi del gambero, gli occhi del granchio, gli occhi del pesce. Ad indicare, in una scala crescente, la dimensione delle bollicine dell’acqua prossima alla bollitura. L’optimum sta in mezzo, quando le bolle non sono ancora grandi e turbinose, e l’acqua comincia appena ad evaporare.
Tre sono i sensi dell’apprezzamento. La vista, per osservare colore, consistenza, qualità del tè. L’olfatto, per annusare le foglie prima, durante e dopo l’infusione. Il gusto, per infine assaporare, come si farebbe con un vino d’annata, le sfumature più segrete delle foglie, che di volta in volta cambiano gusto. E qui James fa un altro bellissimo paragone. La prima acqua bagna appena la pelle del tè. Infusioni brevi, brevissime. Il tempo non si conta con l’orologio, e neppure con la pur romantica clessidra. Si versa un po' d’acqua bollente sul coperchio della teiera, una elegante e matura ceramica di Yīxíng, e in una manciata di secondi il coperchio è asciutto: è tempo di mescere il tè. Poi, in un crescendo rossiniano di sapori, ad ogni successiva infusione l’acqua penetra ogni volta di più nell’intimo della foglia, estraendone nuovi gusti, palesando le segrete palette di profumi di fiori e di frutti. Fino ad arrivare all’osso, fino a spremere l’ultimo aroma dal cuore del tè. Dopo – incredibile a dirsi – ben venti infusioni. Sempre con le stesse foglie.
Anche il tatto vuole la sua parte in questa esperienza sensoriale. Tre sono le dita che reggono la tazzina. Calda e leggiadra ceramica, da accarezzare appena. Si porta alla bocca con gesti misurati, con l’abbandono che ispira questo momento senza tempo.
È tè selvatico, naturale, privo di chimica, quello che James offre, insieme con un’affascinante ed eterea lezione di degustazione. Tè difficile, che i raccoglitori vanno a scovare, foglia per foglia, arrampicandosi sugli alberi, gerla in spalla. Non gli agevoli arbusti sempre potati ad altezza d’uomo per comodità di raccolta. Tè lasciato libero di crescere come lo vuole la natura. Tè delle colline dell’alto Guangdong, nel sud della Cina. Come si chiama questa delizia, gli chiedo? Fèng Huáng, 鳳凰 : Phoenix tea. E perché si chiama così? Perché è un bel nome, evocativo. Un tè così speciale non poteva chiamarsi in maniera più poetica. La fenice, uccello leggendario, è il simbolo dell’Imperatrice, così come il dragone rappresenta l’Imperatore. La grazia, la bellezza, la seduzione sono tutte contenute in quella piccola, raffinata, accogliente tazzina. Ma solo sotto la guida di un maestro come James le puoi riconoscere. Ed apprezzare.




bellissimo post. E poi Ferdinando lo seguo sempre, è un ottimo blogger!!
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